
La vicenda: il ricorso di un lavoratore del settore ferroviario
Il caso nasce dalla richiesta avanzata da un dipendente di una società operante nel trasporto ferroviario, convivente con la moglie riconosciuta persona con disabilità ai sensi della Legge 104. Il lavoratore aveva chiesto di essere esonerato dai turni notturni proprio per poter garantire l’assistenza alla coniuge.
Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello avevano accolto la domanda, ritenendo applicabile l’articolo 11 del D.Lgs. n. 66 del 2003. L’azienda, tuttavia, aveva deciso di impugnare la sentenza davanti alla Cassazione sostenendo una tesi diversa: secondo il datore di lavoro, il beneficio avrebbe dovuto essere riconosciuto esclusivamente quando il familiare assistito fosse stato dichiarato in situazione di disabilità grave, oggi definita come necessità di sostegno elevato o molto elevato.
La Suprema Corte ha però respinto integralmente il ricorso, confermando quanto già stabilito nei precedenti gradi di giudizio. :contentReference[oaicite:0]{index=0}
Il nodo interpretativo dell’articolo 11 del D.Lgs. 66/2003
L’intera controversia ruotava attorno all’interpretazione dell’articolo 11, comma 2, lettera c), del decreto legislativo che disciplina l’orario di lavoro.
La norma stabilisce che non sono obbligati a prestare lavoro notturno i lavoratori che abbiano a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della Legge n. 104 del 1992.
Il punto controverso era capire se quel richiamo dovesse essere riferito esclusivamente alle ipotesi di handicap con connotazione di gravità oppure se comprendesse qualsiasi condizione di disabilità riconosciuta dalla Legge 104.
Per la Cassazione il testo della norma non lascia spazio a interpretazioni restrittive.
Perché la gravità della disabilità non è richiesta
I giudici osservano che la stessa Legge 104 distingue chiaramente due situazioni.
Da una parte esiste la definizione generale di persona con disabilità contenuta nell’articolo 3, comma 1; dall’altra è prevista una particolare qualificazione della disabilità come “grave”, disciplinata dal comma 3 dello stesso articolo.
Se il legislatore avesse voluto subordinare il diritto all’esonero dal lavoro notturno alla presenza della gravità, lo avrebbe scritto espressamente, come ha fatto in altre disposizioni della Legge 104 relative, ad esempio, ai permessi retribuiti o ad altri specifici benefici.
Secondo la Suprema Corte, aggiungere questo requisito significherebbe modificare il contenuto della norma attraverso l’interpretazione, introducendo una limitazione che il legislatore non ha mai previsto.
Il significato dell’espressione “a proprio carico”
Uno degli argomenti utilizzati dalla società ricorrente riguardava l’espressione “a proprio carico”. Secondo l’azienda, questa formulazione presupporrebbe necessariamente una situazione di assistenza continua, tipica della disabilità grave.
Anche su questo punto la Cassazione offre una lettura differente.
L’essere “a proprio carico”, spiegano i giudici, descrive semplicemente un rapporto di assistenza e responsabilità tra il lavoratore e il familiare con disabilità. Non rappresenta invece un indice della maggiore o minore gravità della condizione sanitaria.
Una persona può infatti richiedere cure, sostegno e presenza costante dei propri familiari anche senza rientrare nella categoria della disabilità grave prevista dalla Legge 104.
Una tutela che guarda alla persona e non alle etichette amministrative
Uno degli aspetti più significativi dell’ordinanza riguarda l’approccio seguito dalla Corte.
I giudici ricordano infatti che tutta la disciplina sulla disabilità deve essere interpretata in maniera coerente con i principi costituzionali di solidarietà, uguaglianza sostanziale e tutela della persona.
La finalità della Legge 104 non consiste soltanto nel riconoscere agevolazioni amministrative, ma soprattutto nel favorire l’inclusione sociale della persona con disabilità e preservare le relazioni familiari che costituiscono un elemento fondamentale della sua qualità della vita.
In questa prospettiva, limitare il diritto all’esonero dal lavoro notturno soltanto ai casi di disabilità grave finirebbe per comprimere una tutela che il legislatore ha volutamente costruito in modo più ampio.
La Cassazione conferma il proprio orientamento
L’ordinanza del giugno 2026 non rappresenta una decisione isolata.
La Corte richiama infatti il precedente del 2023 e sottolinea come non esistano motivi sufficienti per modificare un orientamento ormai consolidato.
I giudici evidenziano inoltre che il principio della stabilità della giurisprudenza costituisce un valore importante per garantire certezza del diritto e uniformità di trattamento tra cittadini che si trovano nelle stesse condizioni.
Neppure le successive modifiche normative introdotte dal decreto legislativo n. 62 del 2024 sono considerate idonee a cambiare questa conclusione, poiché la nuova disciplina non contiene alcuna disposizione che limiti il diritto all’esonero dal lavoro notturno esclusivamente ai casi di maggiore intensità del sostegno assistenziale.
Quali conseguenze pratiche per lavoratori e aziende
Il principio riaffermato dalla Cassazione produce effetti molto concreti.
Il lavoratore che assiste un familiare riconosciuto persona con disabilità ai sensi della Legge 104 può manifestare per iscritto il proprio dissenso allo svolgimento del lavoro notturno nei modi previsti dalla normativa, senza dover dimostrare che il familiare sia stato dichiarato in situazione di gravità.
Per i datori di lavoro questo comporta la necessità di valutare le richieste sulla base del semplice riconoscimento della disabilità e non di ulteriori requisiti che la legge non contempla.
La decisione rafforza quindi le garanzie offerte ai caregiver e conferma come il bilanciamento tra esigenze organizzative dell’impresa e tutela della persona fragile sia stato già effettuato direttamente dal legislatore.
Un orientamento destinato a fare giurisprudenza
L’ordinanza n. 20229 del 2026 conferma una linea interpretativa che attribuisce centralità alla protezione della persona con disabilità e del nucleo familiare.
Il messaggio che emerge dalla decisione è chiaro: quando la legge parla di “soggetto disabile ai sensi della Legge 104”, non è possibile restringere il campo di applicazione introducendo condizioni ulteriori che il legislatore non ha previsto.
Per migliaia di lavoratori impegnati quotidianamente nell’assistenza di un familiare, si tratta di un chiarimento importante, destinato a ridurre il contenzioso e a rendere più uniforme l’applicazione delle tutele previste dall’ordinamento. La pronuncia rappresenta inoltre un ulteriore tassello nell’evoluzione della giurisprudenza verso una lettura sempre più orientata alla valorizzazione del ruolo dei caregiver e alla protezione delle relazioni di cura all’interno della famiglia.
Fonte: lentepubblica.it