
Gentile Mattia, le scrivo per condividere alcune riflessioni emerse dall’indagine svolta da Serenis, centro medico online per il benessere mentale e fisico, e FISH, Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie, sul tema dell’accesso alla salute psicologica per le persone con disabilità. Il sondaggio evidenzia un dato allarmante: il 73% delle persone con disabilità rinuncia alla terapia psicologica per motivi economici, considerandola un “extra” rispetto alle cure mediche. Eppure, la salute mentale è un diritto universale. Per superare questa barriera, diventa fondamentale rendere i percorsi psicologici più sostenibili e integrati nei servizi pubblici e associativi, valorizzando anche la terapia online, che può ridurre costi e ostacoli logistici. Un altro elemento critico riguarda la preparazione dei professionisti. Oltre la metà dei partecipanti alla survey cerca terapeuti con esperienza specifica sulla disabilità. Non basta una formazione generale: servono competenze mirate, sensibilità comunicativa e capacità di adattare strumenti e linguaggi, senza però cadere nell’idea che la disabilità sia una condizione unica e uniforme. Molto delicato è anche il rapporto tra persona con disabilità e caregiver, spesso segnato da fatica, sensi di colpa e mancanza di spazi personali. La terapia può offrire a entrambi un luogo sicuro per elaborare emozioni, potenziare l’autonomia e prevenire il burnout. Infine, è urgente superare i pregiudizi che ancora portano a sottovalutare il bisogno di supporto emotivo nelle persone con disabilità. Costruire una società inclusiva significa riconoscere che il benessere psicologico non è un lusso, ma un bisogno fondamentale.
Martina Migliore, psicoterapeuta e direttrice della Formazione e dello sviluppo del centro medico Serenis
Quando abbiamo un problema respiratorio andiamo dallo pneumologo, problemi ossei dall’ortopedico… Perché invece, se si tratta di problematiche psicologiche, non ci facciamo curare? Probabilmente ci sono molti pregiudizi al riguardo, alcuni ritengono inutili le consulenze psicologiche, oppure se ne vergognano, come fossero spia di una debolezza o qualcosa di disdicevole. Non credo ci sia niente di male ad ammettere di avere problematiche psicologiche e farsi aiutare da specialisti. Ci sono stati alcuni momenti nella mia vita in cui ho avuto gravi episodi di attacchi di panico, la paura di non sopravvivere a un intervento all’intestino che sembrava inevitabile o, successivamente, il terrore di dover ricorrere alla tracheotomia per insufficienza respiratoria.
Grazie al supporto psicologico ricevuto mi sono ripreso, inoltre, per fortuna, non c’è stato più bisogno di intervenire chirurgicamente perché si è trovata un’altra soluzione. Il mio psicologo era molto preparato sulla mia disabilità, utilizzava un approccio corretto che mi faceva sentire accolto e protetto. A volte, come dice Martina Migliore, bisogna adattare strumenti, linguaggi e comprendere meglio le varie realtà senza avere pregiudizi da parte del terapeuta, soprattutto senza avere la pretesa di omologare i disabili in base alla loro patologia, anziché in base alle problematiche di tipo psicologico che presentano.
Un altro problema è la questione economica: è necessario proporre tariffe adeguate, altrimenti le persone saranno costrette a dare la precedenza a spese mediche più urgenti e più onerose come acquistare ausili, usufruire di terapie particolari. Anche gli studi degli psicologi dovrebbero essere accessibili, quindi senza barriere e, nei casi in cui non sia possibile intervenire sulle strutture, si può ricorrere alle sedute a distanza online. Il rapporto tra la persona disabile e il caregiver è un altro aspetto molto delicato, soprattutto quando i caregiver sono i famigliari. Se chi si occupa della persona disabile è un famigliare stretto, possono subentrare problematiche legate a un eccessivo coinvolgimento emotivo e a una mancanza di spazi propri.
Chi assiste un disabile necessita di momenti di decompressione e di tempo da dedicarsi. Non si può pensare che un genitore o assistente debbano occuparsi indefessamente della persona disabile e non fare nient’altro, altrimenti a un certo punto si esplode, si va in burnout. Poter confrontarsi su questo e ricevere un parere imparziale e professionale da parte di un esperto esterno è un contributo notevole per prevenire situazioni molto complesse che potrebbero danneggiare anche i rapporti famigliari e personali.
Ritengo sia giusto dare a tutti, comprese le persone disabili e i loro assistenti, la possibilità di scegliere di avvalersi di consulenze psicologiche perché anche questo vuol dire fare inclusione. Salvaguardare la salute mentale non può essere un privilegio o addirittura un lusso per pochi, ma deve essere un diritto fondamentale. Per questo credo che nei piani terapeutici delle persone disabili andrebbe inserita anche la parte psicologica, la cui cura, in alcuni casi, può sortire un impatto positivo anche sul corpo. Ovviamente, se siamo in carrozzina, non è che improvvisamente ci metteremo a camminare per un effetto miracoloso, ma migliorare la qualità della salute mentale può avere un effetto terapeutico notevole, anche di fronte a malattie gravi e incurabili, perché ti aiuta a viverle meglio. Facciamoci aiutare senza vergogna quando sentiamo di non farcela e poi raccontiamo la nostra esperienza agli altri. Parlare non risolve sempre i problemi, ma certamente fa sentire meno soli.
Fonte: Repubblica.it